Un venerdì breve non è altro che il divertimento che il diavolo dà ai suoi figli. Meno male che c’è, meno male che almeno sulla carta esista la possibilità di vivere un breve venerdì, ma intanto, in cinque anni, non m’è mai riuscito di approfittarne.
In teoria funziona che, essendo il lavoro un pochino più scarso, nei mesi estivi l’azienda offre al personale la possibilità di uscire all’una del venerdì. L’una del pomeriggio, naturalmente.
Quindi: se non si ha molto da fare, se non ci sono scadenze particolarmente pressanti e se si può rimandare al lunedì ciò che potresti fare di venerdì, quando scatta la pausa pranzo giunge il momento di fuggire. L’azienda ne trae un vantaggio economico, nel senso che scala i venerdì pomeriggio dalle ferie, e l’impiegato respira.
Nel caso degli impiegati a progetto, il discorso è ancora più semplice, dal momento che le ferie non esistono.
Eppure… eppure spesso un venerdì breve è la conseguenza di un giovedì eterno o di uno schifoso lunedì. Uno scambio fattibile, certo, ma non mi riesce facile capire come alcuni preferiscano lavorare gratis fino alla mezzanotte del giovedì per godersi un pomeriggio libero che, a conti fatti, è solo un furto.
(Lo ammetto. La mia è invidia purissima, visto che ho appena subito l’allegro saluto di chi oggi breveggerà lasciandomi qui, sola e confusa, a smazzarmi chilate di lavoro inevaso. Scusatemi, ma soffro.)